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D, Senigallia, laurea in Scienze agrarie, Carabiniere, 28 anni.

Stazione di S, in Umbria. Ore 20,15. Sonnecchio, leggo la Fallaci, sbircio il libro del mio coinquilino di sedile, un ragazzetto che studia le varchar ed i floating, e mentre ero girata sul fianco a dormire mi ha dato una gomitata sulla vita e mi ha fatto saltare per il solletico. Lo soffro da morire, lì.
Il capotreno annuncia che la linea è interrotta fino a B per un problema alla linea aerea, che ci saranno almeno 150 minuti di ritardo. Ecco fatto. Si fuma sul bordo dello scalino, che fuori diluvia e manda lampi a giorno. Parlo con una signora che mi mostra la foto del nipotino sul cellulare. Poi parlo con te, D, ti chiedo da accendere, fai il carabiniere a Roma, sei di Senigallia. Sei altissimo, somigli tanto, ma tanto, ad A, sì, proprio tu, quello di Piazza Vittorio. Gli occhi, in special modo. Bello, ad ogni modo. Con quegli occhi furbi e timidi mi sbirci, ci fumiamo svariate sigarette insieme, come se il ritardo di tre ore non ci toccasse. Ti offro un caffè, hai persino la sua fottutissima, spassosissima, intrigantissima parlata marchigiana. Che fai, che non fai, a Roma ho pochi amici, esco sempre coi colleghi, eh già ma così non stacchi mai [potrei prendermi il tuo numero, esci con me_lemieamiche per una birra, chennesò, ti faccio vedere Roma, ah, vorresti visitare le periferie? ti assicuro che sono bellissime, e sfornano gente come me]. Ci trasbordano su un un pulman per portarci alla stazione più vicina a prendere il pendolino di cambio, non ci perdiamo d'occhio un attimo, salgo sul primo che trovo e arraffo due posti mentre tu sistemi la valigia giù, come avrei fatto per mio fratello, per il mio ragazzo, ed avrei lottato e litigato con le vecchiette e con le mamme per tenerti quel posto vicino a me.
Sei altissimo, non c'entri nel sedile, le tue ginocchia stanno strette alle mie, gioco nervosamente col telefono, mangio una gomma, tu non la vuoi, sogno una sigaretta, e sono ebbra di questa notte così strana. Scendiamo, fumiamo ancora, ridiamo e alle 23 passate il treno riparte. Ovviamente siamo seduti vicini. Parliamo tutto il tempo, anche con A, nostro compagno di sventura, che ad un certo punto dorme. Tu devi arrivare sull'Aurelia. Io altrove. Arriviamo a Termini, penso, gli chiedo il numero, ma mica per niente, è sempre bello conoscere le persone così, magari nasce un'amicizia, magari non ci si vede mai più. Saluto A, io sono arrivata, esco a destra binari alle spalle, tu devi andare a sinistra dal taxi. Ti guardo, mi guardi. Non ti chiedo il numero, tu nemmeno, mentre A ci guarda e ci dice alla prossima. Ciao, è stato un piacere. Esco dalla galleria, ecco papà che mi aspetta, è l'una di notte, piove a dirotto.
Fine della storia.
Teorema #1: Se qualcuno tiene un posto in treno per te, sotto sotto c'è Impuls[e_o].
Teorema #2: I treni passano e si perdono, ma anche se in orario, senza biglietto non si sale.








Pubblicato il 2/11/2005 alle 21.58 nella rubrica Diario.

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